Un altro macigno sulle spalle di Cuffaro

Un altro macigno sulle spalle di Cuffaro Gazzetta del Sud PALERMO-Mani sul viso, pochi sorrisi, niente baci. L'ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, soprannominato «vasa vasa» per l'abitudine di salutare tutti con due sonori baci sulle guance, a cinque anni e mezzo dall'inizio del primo processo in cui è stato imputato, ha perso un po' del suo tradizionale buonumore e ha ascoltato piuttosto teso la conclusione della requisitoria dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene al termine della quale i magistrati hanno chiesto la sua condanna a dieci anni per concorso in associazione mafiosa. Richiesta che tiene conto già dello «sconto» di un terzo previsto dal rito abbreviato scelto da Cuffaro. Un altro macigno per l'ex governatore, condannato a gennaio in appello a sette anni per favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato la mafia nel processo «Talpe in Dda». E' una condanna pesante quella invocata dai pm che hanno deciso di non chiedere le attenuanti generiche per il senatore Udc «perchè i fatti di cui lo accusiamo sono veramente gravi anche per il suo ruolo di governatore regionale: per questa sua veste poteva partecipare in alcuni casi al Consiglio dei ministri». I pm hanno però sottolineato l'irreprensibile condotta di Cuffaro durante il giudizio che l'ex senatore ha seguito per intero. Alla fine l'amarezza non riesce comunque a prevalere sull'ottimismo del senatore Udc. «La mia fiducia nelle istituzioni e nella giustizia mi impongono il rispetto per il ruolo dei pubblici ministeri – ha detto al termine della requisitoria – È chiaro che non condividiamo le loro conclusioni e che, insieme ai miei avvocati, porteremo il nostro contributo per fare emergere la verità». Durante le cinque «puntate» della requisitoria i pm hanno ripercorso le accuse a Cuffaro, in grandissima parte analoghe a quelle contenute nel processo «Talpe» tanto da fare invocare ai legali dell'ex governatore il «ne bis in idem», istanza che il gup Vittorio Anania valuterà al momento di emettere la sentenza. All'ex governatore non si contesta soltanto la fuga di notizie che portò alla scoperta delle microspie piazzate dal Ros a casa del boss Giuseppe Guttadauro, oggetto del primo dibattimento, ma l'avere contribuito, durante tutta la sua carriera politica, al «sostegno e al rafforzamento dell'associazione mafiosa» con comportamenti e rapporti «che configurano il concorso e non solo il favoreggiamento». Un apporto, quello assicurato alle cosche, che per l'accusa avrebbe fruttato all'ex governatore i voti della mafia. Per i pm, dunque, Cuffaro, che avrebbe avuto rapporti con diversi uomini d'onore – da Guttadauro, ad Angelo Siino, dall'agrigentino Maurizio Di Gati, all'ex manager della sanità privata Michele Aiello – avrebbe messo a disposizione di Cosa nostra il proprio ruolo consentendole di influenzare l'andamento della vita politica siciliana e di assicurare l'impunità ai propri esponenti. A queste accuse si aggiunge l'ultimo tassello fornito da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, che ha consegnato ai pm un pizzino di Bernardo Provenzano risalente al 2001. Sarebbe stato lui stesso a fare da postino tra il boss e il padre. Nel pizzino, si parla di un provvedimento di clemenza per i detenuti mafiosi che doveva essere agevolato dal «nuovo presidente». Per Massimo Ciancimino sarebbe proprio Cuffaro.

, a cura di Peppe Paino

Data notizia: 6/29/2010

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