Le vere paure degli italiani

siciliainformazioni.com In Italia si muore sulle strade e nei cantieri di lavoro; si muore di fiumi che esondano, di terremoti, smottamenti e frane. Si muore di case che crollano. Ma le paure degli italiani stanno altrove. Non vengono dall’asfalto bagnato di sangue, dalle fabbriche insicure e dai cantieri affollati di lavoratori in nero, né dai movimenti tellurici o dagli smottamenti che trascinano a valle le case con la gente dentro. Gli italiani abitano senza sgomento case crepate nelle zone sismiche, costruiscono dimore accanto ai vulcani – come il Vesuvio, l’Etna e Stromboli – vivono in edifici che sembrano stare in piedi per scommessa nelle aree “in rosso” del rischio sismico. Gli italiani si lanciano a 300 all’ora con le loro moto, volano con automobili che si trasformano in bombe al napalm al primo urto, si mettono in strada dopo pesanti libagioni notturne, dopo una sniffata, s’arrampicano come trapezisti e senza casco su inferriate improvvisate per costruire a cottimo una casa in poche ore. Poi piangono, e come piangono quando muore qualcuno. E si dannano l’anima, quando succede il finimondo; appena una disgrazia si porta all’altro mondo padri di famiglia che lavorano in fabbrica, s’indignano, e non ci dormono la notte, scendono in piazza, protestano e vanno alle udienze in tribunale. Pretendono giustizia. Quando un terremoto provoca una strage diventano cittadini della stessa nazione: sanno aiutare, soccorrere, levarsi il pane di bocca; e non badano più a se stessi, sono gli altri ad avere bisogno. Nelle emergenze diventano i più bravi, i più generosi, i più risoluti. Sanno che cosa fare e subito. Inarrivabili. Nella commozione e nella sofferenza, nel soccorso e nell’audacia. Ma quando l’emergenza non c’è, scompare la paura, scompare l’attenzione, la diligenza, la tempestività, la competenza. Non è stoicismo,né rassegnazione, ma quieto vivere. I problemi della quotidianità sono altri. Prevenire? Che vuol dire: sentirne parlare, specie nei luoghi delle decisioni, infastidisce. Le risorse non sono inesauribili e c’è altro cui pensare. Gli italiani infine non amano essere controllati, vigilati. Non amano le regole, le vivono come un cilicio, diffidano di coloro che le mettono in atto, e fanno di tutto per aggirarle o boicottarle. A causa di ciò le case cadono come castelli di sabbia, i palazzi del governo, gli ospedali, le scuole, gli edifici più affollati e quelli cosiddetti strategici, si sbriciolano ancor prima degli altri, portandosi appresso i presidi di sicurezza. Com’è accaduto all’Aquila. E quando avviene gli italiani si guardano attorno smarriti. Giusto un momento e poi si rimboccano le maniche con la solita generosità, e ricominciano da capo. E i morti? I feriti? Gli sfollati? La gente rimasta senza niente? Che ha perduto la famiglia, la città, la casa, il passato, il presente e il futuro? La paura e le recriminazioni durano pochi giorni. Il legittimo compiacimento per i soccorsi tempestivi e diligenti sembra mettere da parte tutto il resto, anche le case costruite con sabbia di mare e cemento, che hanno ignorato le regole antisismiche. La televisione mostra il cemento che si sbriciola nei luoghi sfiancati da continue scosse di terremoto e le facce stupite di italiani. Non ne fate una questione, sono state costruite prima degli anni ottanta, quando le regole non c’erano ancora, dicono quelli che contano, con fare consolatorio. Era imprevedibile, tutto imprevedibile. Sia il terremoto che il crollo dei castelli di sabbia. Lo sanno bene gli italiani che non è vero, ma preferiscono non saperlo. Bisogna prendersela con i governanti? No, non basta, forse non è nemmeno giusto. La politica è lo specchio delle nostre paure e dei nostri bisogni. Quando i bisogni non sono rappresentati con l’urgenza che meritano, allora la politica si occupa d’altro. E non perché è miserabile e cinica: è fatta per corrispondere alle attese prevalente, non ad altro. Le paure degli italiani stanno altrove. Il rumeno che delinque, il clandestino, il diverso, lo zingaro che ruba i bambini, il kebab che affolla di arabi un quartiere. Le paure sono il furto, lo scippo, la faccia indecifrabile di un uomo dalla pelle scura. Ogni individuo che non conosciamo, se non parla la nostra lingua e non prega nelle nostre chiese, ci fa sprofondare nell’insicurezza, ed è lecito desiderare di essere protetti. Ma siamo sicuri che siano queste le priorità? L’allarme sociale non si costruisce su niente; la politica, specchio delle nostre paure, amplifica le paure. Invece che educare, le insegue, e conferisce loro una priorità che non meritano. La sicurezza è una richiesta astratta se non si riempie di contenuti, se non si sa che cosa fare e subito, se non si decide che cosa merita di essere protetto. Andrebbe tutelato tutto, è vero, ma non tutto può essere protetto in egual modo. Quindi bisogna sapere che cosa fare. Perché mai la strage sulle strade non trova alcuno che si prenda la briga di affrontare la questione della sicurezza delle nostre strade, della qualità dei controlli, dei presidi di salvaguardia della vita adottati dai costruttori di veicoli a quattro ruote o a due ruote? Chiediamoci perché mai la strage nei cantieri di lavoro non stimola una protesta così vibrata, tenace e duratura, da costringere i governi a istituire i presidi di sicurezza idonei, a cominciare dagli ispettorati del lavoro funzionanti, controlli efficaci, punizioni esemplari? Perché mai ad ogni terremoto i palazzi costruiti sulla sabbia non mandano in galera nessuno, fatta qualche sparuta eccezione? E le leggi antisismiche non vengono adottate, ma rinviate di volta in volta? Perché mai s’investe così poco, e malamente, sul dissesto idrogeologico del Paese, nonostante provochi tante vittime e distrugga case e ambiente? Non abbiamo la cultura della sicurezza, ci viene suggerito. Quale cultura? Quella che crea la scala delle paure e delle emergenze? Quella che mette in testa a tutto i rom, gli immigrati, i rumeni. I quali ci regalano sicuramente molti delinquenti (sono la comunità di stranieri più numerosa) ma non provocano tanti morti quanto l’incuria, la superficialità, la corruzione, il cinismo di coloro che – con l’abito a doppio petto – decidono ciò che va fatto subito e ciò che si può fare dopo, e ci indottrinato sulla qualità delle nostre paure. Immaginate per un momento che cosa sarebbe avvenuti se la madre di tutte le battaglie del leghismo, fosse stato il dissesto idrogeologico. O la prevenzione antisismica. O la sicurezza nei cantieri di lavoro, invece che l’immigrazione. Intendiamoci, sarebbe profondamente ingiusto fare del nordismo il capro espiatorio dell’incultura della sicurezza degli italiani. La Lega non ha fatto altro che rappresentare, con più determinazione e disinvoltura di altri, le paure prevalenti, le paure che non fanno morti e non fanno crollare le case. La Lega traduce vigorosamente in progetto politico le paure degli italiani. Le accoglie e ne fa battaglie da ultima spiaggia, non fa altro. Non è lungimirante né diligente, questo sì. Ma non è certo il solo schieramento politico ad esserlo. Le devianze nascono nella società in cui viviamo, si riflettono nei comportamenti di uomini politici e governanti, rimbalzano e tornano più forti di prima, come fossero palle da ping pong. E’ per questa ragione che in Italia si muore d’incuria. E’ come se i nostri occhi non volessero vedere, le orecchie non volessero ascoltare, i pensieri rifiutassero di ospitare le buone ragioni.

, a cura di Peppe Paino

Data notizia: 4/14/2009

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