Artista moderno e aperto alle influenze dei movimenti del ‘900, viene soprannominato il Cartier-Bresson giapponese per la sua capacità di raccontare il popolo. Il suo realismo sociale è infatti ispirato anche dalla mostra a Tokyo nel 1951 di giganti della fotografia come Henry Cartier-Bresson, Robert Doisneau e Brassai.
Quando negli ultimi anni un’emorragia cerebrale lo costringe sulla sedia a rotelle, Domon Ken si dedica con passione alla pittura, scegliendo come pseudonimo Domodigliani, in omaggio all’artista italiano. I reportage su Hiroshima sono probabilmente il punto più alto e tragico della sua opera. Domon Ken arriva nella città nel 1957 e racconta con la sua macchina a telemetro le drammatiche conseguenze delle radiazioni a dodici anni dalla bomba: distruzioni, tumori, chirurgia plastica...Foto che scuotono il Giappone, ricordando una tragedia che il Paese prova a dimenticare e a nascondere come una colpa vergognosa.
In effetti, nonostante il soprannome il diavolo, trovato dai suoi collaboratori e discepoli per il carattere burbero e spigoloso, il grande fotografo giapponese svela nelle foto di Hiroshima, come in quelle sui figli orfani o poveri dei minatori di Koto e Chikuho, forti umanità e pietà. Pregio della mostra allestita nella capitale è anche quello di far varcare i confini del Giappone all’opera di un artista amatissimo in patria, ma poco noto all’estero: il catalogo della mostra è infatti il primo libro su Domon Ken non in giapponese. E l’esibizione si inserisce in un ricco programma di eventi e celebrazioni nel 150° Anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia. Fino al 18 settembre nel Museo dell’Ara Pacis.
di Daniela Bruzzone
Data notizia: 6/24/2016
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